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lunedì 29 giugno 2026

Silybum marianum (Cardo Mariano)



 🌿 Nome Scientifico: Silybum marianum

🧬 Nomi Comuni: Cardo mariano, Cardo di Santa Maria, Cardo lattario

📂 Famiglia: Asteraceae

Commestibilità: Commestibile 🟢

📖 Descrizione:

Foglie: Grandi, coriacee e pennato-lobate, con margini dotati di robuste spine gialle. La superficie è di un verde brillante, caratterizzata da venature bianche lattiginose che creano un tipico effetto marmorizzato.

Fiori: Grandi capolini globosi e solitari di colore rosso-porpora o violaceo, circondati da brattee terminanti in lunghe spine.

Fusto: Eretto, robusto e striato, spesso ramificato nella parte superiore, può superare il metro d'altezza.

🌳 Habitat: Cresce in luoghi incolti, pascoli aridi, rudereti e lungo i margini delle strade soleggiate. Molto diffuso in tutto il territorio dei Castelli Romani, specialmente nelle zone più basse e calde dell'area vulcanica.

📝 Note e Curiosità:

Uso tradizionale: In cucina si utilizzano le foglie giovani (private delle spine), i fusti mondati (simili ai cardi coltivati) e i ricettacoli dei fiori come fossero piccoli carciofi. In fitoterapia è celebre per la silimarina, principio attivo fondamentale per la protezione e rigenerazione del fegato.

Etimologia e Leggenda: Il nome marianum deriva da una leggenda cristiana secondo cui le macchie bianche sulle foglie sarebbero state causate da gocce di latte cadute dal seno della Vergine Maria mentre allattava Gesù durante la fuga in Egitto.

⚠️ Cautela: Sebbene commestibile, la raccolta richiede l'uso di guanti robusti a causa delle spine molto pungenti. Come per altri cardi, se ne consiglia il consumo prima della fioritura completa per godere della tenerezza dei fusti.



✍️ Enzo Ferri – Flora spontanea dei Castelli Romani Le schede botaniche contenute in questa opera sono state redatte dall’autore in forma originale; per la loro realizzazione sono stati consultati testi e guide botaniche di riferimento

Aggiornamento: giugno 2026


mercoledì 24 giugno 2026

Neoboletus erythropus (ex Boletus erythropus): finalmente chiarezza?

🍄Neoboletus erythropus (ex Boletus erythropus): finalmente chiarezza?


Se frequentate il nostro blog o i boschi dei Castelli Romani, conoscete benissimo il porcino dal piede rosso. Per generazioni lo abbiamo chiamato semplicemente Boletus erythropus. Negli ultimi anni, però, la micologia ci ha trascinato in un vero e proprio labirinto di nomi: prima il passaggio al genere Neoboletus, poi i tentativi di chiamarlo Neoboletus luridiformis, e infine l'imposizione del bizzarro Neoboletus praestigiator. In passato, su queste pagine, avevamo cercato di anticipare i tempi adottando la combinazione Neoboletus erythropus (Pers.) C. Hahn. Ma la burocrazia botanica è complessa e quella formula presentava dei vizi formali. Oggi, nel 2026, la matassa è stata finalmente sbrogliata.


Facciamo il punto della situazione in modo semplice, chiarendo anche un curioso paradosso informatico che sta facendo impazzire gli appassionati.

1. L'addio definitivo al genere Boletus

Il primo punto fermo non cambia: il vecchio genere Boletus oggi è rigorosamente riservato ai porcini in senso stretto (il gruppo del Boletus edulis). Tutti i boleti a pori rossi e con la carne che vira rapidamente al blu sono stati ricollocati. Il nostro fungo appartiene stabilmente al genere Neoboletus.

2. Cronaca di un decennio di caos (luridiformis e praestigiator)

Perché l'epiteto erythropus era sparito dai manuali più recenti?

Il dubbio storico: Alcuni micologi sostenevano che la descrizione originale di Boletus erythropus fatta da Persoon nel 1795 fosse ambigua.
Il valzer dei nomi: Per aggirare l'ostacolo, si è provato a usare Neoboletus luridiformis. Successivamente, nel 2016, è stato riesumato un altro vecchio nome: Neoboletus praestigiator. Per quasi un decennio, quest'ultimo è stato considerato il nome corrente ufficiale, nonostante il forte disorientamento dei cercatori.

3. La svolta italiana del 2026: il ritorno del nome storico

La svolta che rimette ordine e sana la storia è arrivata grazie al lavoro dei micologi italiani Valerio Bertolini e Marco Papetti sulla Rivista di Micologia (Vol. 68, n. 3).
Il loro studio scientifico ha sanato definitivamente i vecchi vizi di forma delle precedenti combinazioni (inclusa quella di Hahn), formalizzando e blindando la combinazione: Neoboletus erythropus (Pers.) P. Bertolini & Papetti. L'epiteto storico che tutti abbiamo sempre usato è tornato a essere il nome legittimo e prioritario.

4. Il paradosso dei database: perché si trovano due "Current Name"?

Se oggi cercate sui registri internazionali come Index Fungorum, noterete un fatto strano: sia Neoboletus erythropus che Neoboletus praestigiator sono segnalati come Current Name (Nome Corrente). Com'è possibile se sono lo stesso identico fungo?
La spiegazione è puramente informatica:
Schede d'erbario separate: I database creano record indipendenti basati sui "tipi" (i campioni fisici) depositati dai vecchi autori (Persoon per erythropus e Schulz per praestigiator).
Ritardo di aggiornamento: Il sistema riconosce la validità formale della nuova pubblicazione del 2026 per erythropus, ma non declassa automaticamente la scheda di praestigiator finché un curatore umano non collegherà manualmente i due record come sinonimi.

Nessuna confusione con N. xanthopus: Ricordiamo che questo dibattito non tocca il Neoboletus xanthopus, che resta una specie a sé stante ben distinta (legata alle latifoglie, più termofila e con il gambo nettamente meno rosso).

In conclusione

La tradizione e la logica scientifica hanno vinto sulla burocrazia dei nomi. Se dovete etichettare le vostre foto, aggiornare i vostri archivi o compilare cartellini per una mostra micologica, il nome corrente da utilizzare a pieno titolo è uno solo: Neoboletus erythropus.


Enzo Ferri

➡️ Vedi la scheda tecnica

Neoboletus erythropus







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martedì 9 giugno 2026

Blitum bonus-henricus (Buon Enrico, Spinacio selvatico)


Nome Scientifico: Blitum bonus-henricus

Sinonimo: Chenopodium bonus-henricus

Nomi Comuni: Buon Enrico, Spinacio selvatico, Tutta buona.

Famiglia: Amaranthaceae

Commestibilità: Commestibile 🟢

Nota dell'autore: Questa pianta non è presente nel territorio dei Castelli Romani, ma ho deciso di inserirla in questa guida per la sua straordinaria importanza gastronomica e per aiutarvi a riconoscerla durante le vostre escursioni in alta montagna.

📘 Descrizione: Pianta erbacea perenne che cresce con fusti dritti e grandi foglie verdi a forma di punta di freccia (o a triangolo), con i bordi leggermente ondulati. Se tocchi la parte inferiore delle foglie, specialmente quelle più giovani, sentirai una tipica sensazione di "farina" sotto le dita. I fiori sono piccolissimi, di colore verde-rossastro, e crescono tutti vicini in una spiga in cima alla pianta. Ama le altezze e il fresco, quindi si trova facilmente se fate una gita sull'Appennino Laziale, sopra i 1000 metri di quota, vicino ai vecchi recinti delle pecore e nei terreni montani ricchi di sostanze organiche.

🔍 Note: Questa pianta è un ottimo sostituto dello spinacio che compriamo al supermercato, anzi, spesso è persino più saporita. In cucina si mangia sempre cotta: è perfetta per fare minestre, zuppe, per riempire i ravioli fatti in casa o semplicemente saltata in padella con aglio, olio e un pizzico di peperoncino. Siccome contiene un po' di ossalati (le stesse sostanze che ci sono nella bieta), è meglio non esagerare con le quantità se si soffre di calcoli ai reni.

🌿 Curiosità: Il nome così strano "Buon Enrico" sembra sia dedicato al re Enrico IV di Francia, un sovrano molto amato dal popolo perché voleva che ogni contadino potesse avere sempre una gallina nella pentola e non soffrisse la fame. Il nome popolare "Tutta buona" fa capire invece quanto questa pianta sia stata importante in passato: le famiglie di campagna la raccoglievano perché è nutriente, buona e soprattutto gratis.                     












✍️ Enzo Ferri – Flora spontanea dei Castelli Romani

Le schede botaniche contenute in questa opera sono state redatte dall’autore in forma originale; per la loro realizzazione sono stati consultati testi e guide botaniche di riferimento.

Aggiornamento: giugno 2026


martedì 5 maggio 2026

Alliaria petiolata (Alliaria, Erba aglina)

 

Nome Scientifico: Alliaria petiolata

Nomi Comuni: Alliaria, Erba aglina 

Famiglia: Brassicaceae

Commestibilità: Commestibile 🟢   

📘 Descrizione: Pianta erbacea biennale caratterizzata da foglie cuoriformi e dentellate che emanano un caratteristico odore d’aglio quando vengono strofinate tra le dita. Le foglie giovani sono teneri e ideali da consumare crude, poiché la cottura ne attenua drasticamente il tipico aroma, mentre i fiori si presentano piccoli, bianchi e disposti a croce sulla cima della pianta. Cresce vigorosa nei luoghi ombrosi, ai margini dei boschi di castagno e lungo i sentieri freschi del territorio castellano.

🔍 Note: L’alliaria è molto apprezzata nella cucina tradizionale per il suo aroma delicato di aglio, perfetto per preparare pesti alternativi, arricchire insalate di campo, salse e ripieni saporiti. Le foglie più mature e grandi possono risultare leggermente amare, motivo per cui è sempre preferibile raccogliere i germogli e le foglie più giovani e tenere.

🌿 Curiosità: Il nome botanico richiama esplicitamente l’aroma simile all’aglio (Allium) e in passato la pianta veniva comunemente usata come sostituto economico dello spicchio d’aglio nei villaggi rurali e più poveri. Dal punto di vista ecologico, è una pianta mellifera precoce, preziosa per il risveglio degli insetti impollinatori all'inizio della primavera.



✍️ Enzo Ferri – Flora spontanea dei Castelli Romani Le schede botaniche contenute in questa opera sono state redatte dall’autore in forma originale; per la loro realizzazione sono stati consultati testi e guide botaniche di riferimento.

Aggiornamento: maggio 2026




lunedì 27 aprile 2026

Chelidonium majus (Celidonia maggiore, Erba porraia)

 

 Nome Scientifico: Chelidonium majus

Nomi Comuni: Celidonia, Erba porraia, Erba da porri

Famiglia: Papaveraceae

Commestibilità: Tossica 🔴 

📘 Descrizione: Pianta erbacea perenne che si riconosce facilmente per le sue foglie profondamente lobate, di un verde chiaro e opaco, e per i suoi piccoli fiori giallo-oro a quattro petali disposti a ombrello. La caratteristica biologica più evidente è il lattice denso e di un colore arancione brillante che fuoriesce immediatamente dai fusti o dalle foglie non appena vengono spezzati. È una pianta tipica degli ambienti ruderali che cresce spontanea a ridosso di vecchi muretti a secco, ruderi, cumuli di pietre e nei pressi delle zone d'ombra abitate dei Castelli Romani.

🔍 Note: La celidonia è una pianta tossica in tutte le sue parti se ingerita, a causa della presenza di numerosi alcaloidi che possono causare gravi irritazioni gastrointestinali. L'uso tradizionale della medicina popolare, strettamente limitato all'applicazione topica esterna, le è valso il nome di "erba porraia": il lattice arancione veniva infatti applicato direttamente su porri e verruche per via delle sue proprietà corrosive e cheratolitiche. È fondamentale maneggiarla con cura per evitare dermatiti da contatto o irritazioni agli occhi dovute al lattice.

🌿 Curiosità: Il nome scientifico Chelidonium deriva dal greco chelidón, che significa rondine; gli antichi notarono infatti che la pianta inizia a fiorire con l'arrivo delle prime rondini in primavera e appassisce quando queste migrano in autunno. Una leggenda popolare, tramandata fin dai tempi di Plinio il Vecchio, narrava inoltre che le rondini madri utilizzassero il succo della celidonia per ridonare la vista ai piccoli nati ciechi o con gli occhi chiusi nel nido.


  • Latice arancione visibile 


✍️ Enzo Ferri – Flora spontanea dei Castelli Romani

Le schede botaniche contenute in questa opera sono state redatte dall’autore in forma originale; per la loro realizzazione sono stati consultati testi e guide botaniche di riferimento.

Aggiornamento: giugno 2026


lunedì 16 marzo 2026

Pleurotus eryngii

🍄 Pleurotus eryngii (DC.) Quel. 

🧬 Sinonimi:  Agaricus eryngii DC; Pleurotus fuscus Battara ex Bres. 

🏷️ Nomi comuni: Cardoncello; Ferlengo

⭐ Commestibilità: commestibile 🟢   

 📖 Descrizione: cappello 3–15 (20) cm, carnoso, convesso poi appianato o imbutiforme, spesso eccentrico; margine sottile, inizialmente involuto. Superficie asciutta, da grigio-brunastro a bruno‑camoscio, talvolta con fibrille radiali più chiare. Lamelle fitte, larghe, decorrenti sul gambo, biancastre. Gambo corto, pieno, centrale o eccentrico, più sottile alla base. Carne bianca, soda, inodore, di ottima consistenza.

🌳 Habitat: specie saprofita‑parassita legata a Apiaceae; cresce su residui di Eryngium campestre, E. maritimum, Ferula communis, Elaeoselinum asclepium, Thapsia garganica. Fruttifica dalla primavera all’autunno.

📚 Note: il cosiddetto “complesso eryngii” comprende diverse varietà ecologiche, differenziate soprattutto in base alla pianta ospite, mentre le differenze morfologiche sono minime. La specie è molto ricercata e apprezzata, si presta alla coltivazione sia in ambito domestico che industriale.

🌐 Tassonomia

Regno: Fungi Divisione: Basidiomycota Classe: Agaricomycetes Ordine: Agaricales Famiglia: Pleurotaceae Genere: Pleurotus Specie: Pleurotus eryngii

✍️ Enzo Ferri – I funghi dei Castelli Romani

Le schede micologiche contenute in questa opera sono state redatte dall’autore in forma originale; per la loro realizzazione sono stati consultati testi micologici di riferimento..

🔍 Comparativa ultra‑sintetica del complesso Pleurotus eryngii

  • var. eryngii → legata a Eryngium campestre; carpofori robusti, cappello bruno‑camoscio, taglia medio‑grande.

  • var. ferulae → legata a Ferula communis; la più grande e massiccia, cappello spesso più chiaro, portamento imponente.

  • var. thapsiae → legata a Thapsia garganica; dimensioni medio‑grandi, colori più pallidi, gambo più sviluppato.

  • var. elaeoselinii → legata a Elaeoselinum asclepium; carpofori più piccoli e chiari, crescita spesso più cespitosa.

  • var. nebrodensis (oggi P. nebrodensis) → endemica siciliana, molto chiara, cappello spesso e carnoso, specie rara e protetta.

Aggiornamento: marzo 2026

domenica 9 novembre 2025

Hygrophorus lindtneri

 

                                                                                                                                   

🍄 Hygrophorus lindtneri M.M. Moser  

🧬 Sinonimi: Hygrophorus carpini, Hygrophorus unicolor, Hygrophorus lindtneri var. carpini  

✅ Commestibilità: 🟢  

📖 Descrizione: cappello 2–6 cm, da campanulato a convesso, poi piano, con margine involuto e debordante; superficie viscida, glutinosa, color bianco-crema, isabella, con umbone centrale ocra-ruggine o fulvo. Lamelle annesse o leggermente decorrenti, spaziate, sottili, con lamellule, color bianco-crema. Gambo cilindrico, curvo, attenuato alla base, cavo, con superficie pruinosa più marcata verso l’alto; color biancastro, crema o giallastro. Carne bianca, soda nel cappello, sottile; inodore e insapore. Sporata bianca.  

🌳 Habitat: boschi di latifoglie, in particolare sotto querce e carpini; autunno. Specie gregaria e non rara.  

📚 Note: si distingue per il cappello vischioso con umbone colorato e il gambo cavo. Commestibile ma di scarso valore.

                                                                                                                                   

 🌐 Tassonomia

Regno: Fungi Divisione: Basidiomycota Classe: Agaricomycetes Ordine: Agaricales Famiglia: Hygrophoraceae Genere: Hygrophorus Specie: Hygrophorus lindtneri


 ✍️ Enzo Ferri – I funghi dei Castelli Romani

Le schede micologiche contenute in questa opera sono state redatte dall’autore in forma originale; per la loro realizzazione sono stati consultati testi micologici di riferimento.


Aggiornamento: novembre 2025



lunedì 5 luglio 2021

Grifola frondosa

Nome attuale: 

Grifola frondosa (Dicks.) Gray

Sinonimi:
Polyporus frondosus (Dicks) Fr. 


Sistematica

Regno Fungi
Divisione Basidiomycota
Classe Agaricomycetes
Ordine Polyporales
Famiglia Grifolaceae

Genere Grifola

Specie Grifola frondosa


Dal greco grifos = intreccio e dal latino frondosus = con fronde.


Questo fungo è formato da svariate decine, o anche centinaia di individui. Ogni singolo cappello può raggiungere i 10/12 cm di diametro ed ha forma irregolare, simile ad un ventaglio; la superficie è rugosa e zonata e le colorazioni vanno dal grigio al bruno; l’imenoforo è formato da tubuli corti e fitti, i pori sono bianchi, inizialmente tondi e piccolissimi, diventano angolosi a maturità; ha un grosso gambo biancastro dal quale si sviluppano numerose ramificazioni e biforcazioni dove sono attaccati i singoli “ventagli”; la carne è bianca, fragile nel cappello e via via sempre più tenace verso la base del gambo, il sapore è gradevole e l’odore intenso fungino nel fungo giovane, nettamente sgradevole in vecchiaia. Cresce nel primo autunno su ceppaie di latifoglie, con preferenza per castagno e quercia, presente e molto ricercato ai Castelli Romani, ma non molto diffuso. Buon commestibile da giovane, molto adatto alla conservazione sott’olio. 
Note: si potrebbe confondere con Meripilus giganteus, molto più comune e diffuso, che ha però crescita a mensole sovrapposte e non ramificata e soprattutto carne annerente, anche Polyporus umbellatus è abbastanza simile, ma ha cappelli più regolari e diverse tonalità di colore. Grifola frondosa è un fungo abbastanza raro che può raggiungere dimensioni importanti, anche 50/60 cm di larghezza e 3/4 kg di peso. Molto apprezzato in estremo oriente per le importanti proprietà medicinali dove è conosciuto con il nome di Maitake.




Enzo Ferri


Castelli Romani, ottobre 2017

 

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Meripilus giganteus

              

                                                                                                              




Il Fungo danzante


 

 



Maitake






Bibliografia:
Polypores of the mediterranean region – A. Bernicchia & S.P Gorjon - Romar
Indice Schede Micologiche – Archivio Generale AMINT